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Le magie di Federico Fellini

In occasione del 20 gennaio, anniversario della nascita di Federico Fellini, il patrimonio visivo del cinema italiano si arricchisce di un capitolo prezioso e finora rimasto in ombra. Grazie a un accordo tra il Fellini Museum del Comune di Rimini e Cinemazero di Pordenone, prende vita Le magie di Federico Fellini, le alchimie di Deborah Beer un progetto espositivo che è anzitutto una restituzione attiva: molte decine di fotografie di Deborah Beer, di cui Cinemazero detiene diritti e patrimoni, sono rimaste per decenni silenziose; ora, ritrovate da poco negli archivi di Rimini, tornano a essere esposte, studiate e condivise.  

Curata da Riccardo Costantini e Marco Leonetti, la doppia mostra, corredata da un importante pubblicazione edita da Dario Cimorelli Editore con un saggio introduttivo a cura di Marco Bertozzi e un approfondimento di Andrea Crozzoli, si snoda tra il Fellini Museum – Palazzo del Fulgor a Rimini a partire dal 24 gennaio e a Cinemazero di Pordenone, dal 29 gennaio negli spazi espositivi di spazioZero, costruendo un dialogo tra due contesti che si fondono in un unico corpo di immagini capace di rimettere in movimento il senso profondo dell’opera felliniana. 

Queste fotografie non sono semplici documenti di lavorazione ma forme intermedie dell’immagine. Situate in un territorio ambiguo tra il fotogramma e il documento, come spiegano gli stessi curatori, catturano il cinema mentre prende forma, quando il set è ancora un’officina e l’immagine non si è ancora cristallizzata nel montaggio definitivo.  

Il percorso espositivo, organizzato in tre sezioni ideali, guida il pubblico attraverso il gesto magnetico di Fellini al lavoro, le presenze decisive di Marcello Mastroianni e Giulietta Masina, e infine quella costellazione di volti laterali — comparse, figuranti e “tipi unici” — che costituivano l’incomparabile archivio umano del regista. È in questa attenzione per l’umanità più varia, per il “cine-circo” fatto di nobili decaduti, femministe, impiegati e figure marginali, che emerge il demone felliniano, capace di offrire un raggio di luce a chiunque si affacciasse sul set. 

Il corpus fotografico copre un arco temporale breve ma cruciale, tra il 1980 e il 1985, documentando i set de La città delle donneE la nave va e Ginger e Fred. Attraverso l’obiettivo di Deborah Beer, osserviamo la metamorfosi dello sguardo di Fellini sul proprio lavoro: dal caos saturo e coinvolto delle prime pellicole degli anni Ottanta, fino alla messa in scena più misurata e teatrale, dove il set si dichiara finzione consapevole. Osserva giustamente nel suo saggio introduttivo Marco Bertozzi (uno dei massimi studiosi al mondo di Fellini, il cui pluridecennale lavoro sul Maestro è stato riconosciuto e premiato dall’Accademia dei Lincei) come in filigrana emerga anche la riflessione di Fellini sui mutamenti antropologici dell’epoca, come per esempio l’avvento della televisione commerciale in Ginger e Fred, che appare come un universo aggressivo e volgare, destinato a soffocare la fragilità della voce cinematografica. Le immagini mostrano un Fellini demiurgo ma anche vulnerabile, colto nel fervore di un cantiere creativo che ricorda le botteghe artigiane del passato, dove scenografi, falegnami e costumisti contribuivano alla creazione di una filosofia visibile. 

Protagonista assoluta di questo ritrovamento è Deborah Imogen Beer, fotografa dalla sensibilità rara che aveva respirato il cinema fin dall’adolescenza nel Berkshire. Stabilitasi a Roma negli anni Settanta insieme al compagno Gideon Bachmann, la Beer ha attraversato l’ultima grande stagione del cinema italiano, lavorando con maestri come Pasolini, Bertolucci e Antonioni. Come ricorda nel suo saggio Andrea Crozzoli, altro esperto felliniano e specialista dello studio della fotografia di set, sul set di Fellini, la sua presenza era discreta e attenta; per non disturbare il Maestro, che mal sopportava il rumore degli scatti, arrivò ad acquistare negli Stati Uniti motori silenziosissimi per le sue macchine fotografiche. Il suo era un lavoro di svelamento, un rapporto osmotico tra fotografia e cinema capace di racchiudere in un’unica immagine fissa tutte le emozioni e la complessità psicologica di una sequenza in movimento. 

La mostra documenta anche il tramonto di un’epoca: quella dell’analogico, della pellicola e di una produzione cinematografica che permetteva al fotografo di scena di vivere integralmente il set. Attraverso le ultime sezioni, emerge la nostalgia per un mondo che, già alla fine degli anni Ottanta, iniziava a cedere il passo alla fretta e alla massimizzazione del profitto, un cambiamento che lo stesso Fellini denunciò amaramente nei suoi ultimi anni. Questo evento espositivo non celebra dunque solo un grande regista e una straordinaria fotografa, ma restituisce la memoria di un rito collettivo, di una “festa creativa” che ha segnato la storia culturale del nostro Paese.