Dal 20 al 22 aprile appuntamento con la grande arte al cinema a Cinemazero, che per soli tre giorni ospita Tabù. Egon Schiele, il docufilm diretto da Michele Mally dedicato a uno degli artisti più inquieti e rivoluzionari del Novecento, Egon Schiele.
Ad accompagnare gli spettatori in questo viaggio sulle tracce dell’artista è l’attrice Erika Carletto, che con il suo canto rievoca le atmosfere della Vienna e della Praga di fine Ottocento e inizio Novecento. Città che, attraverso suggestivi filmati d’archivio, emergono come centri propulsori di rivoluzioni culturali e profonde contraddizioni, ancora oggi sorprendentemente attuali.
Il film ripercorre la “corsa folle” della breve vita di Schiele (1890-1918), costellata da centinaia di dipinti e migliaia di opere su carta, seguendo un filo conduttore essenziale: il ritorno a Krumau, oggi Český Krumlov, città natale della madre. È proprio qui, nell’Atelier Egon Schiele – la casa con giardino dove visse con la compagna e modella Wally Neuzil – che affondano le radici di un’arte capace di sovvertire le regole estetiche, morali e psicologiche del suo tempo.
L’architettura di Krumau, con le sue linee sinuose e al tempo stesso spigolose, insegna al giovane Schiele uno sguardo nuovo: la prospettiva dall’alto, destinata a diventare cifra distintiva della sua poetica. Uno sguardo che interroga lo spettatore sulle dinamiche del vedere, sulla sua forza e sulla sua possibile “violenza”.
Il docufilm esplora anche le relazioni più intime e tormentate dell’artista: il rapporto complesso con la madre Marie, la solitudine nella relazione con Edith Harms, sposata nel 1915, e il legame profondo con la sorella Gerti, di cui emergono oggi nuovi elementi biografici.
Arricchiscono la narrazione gli interventi di importanti studiosi e protagonisti del mondo dell’arte, tra cui Jane Kallir, Ralph Gleis, Elisabeth Dutz, Kerstin Jesse, Verena Gamper, Klára Sváčková, Elio Grazioli, Otto M. Urban, Maddalena Mazzocut-Mis, Micaela Riboldi, Amelia Valtolina, insieme agli scrittori Romina Casagrande e Alessandro Banda, e alla regista Gerda Leopold.
Snodo centrale del racconto è il 1910, anno decisivo per l’affermazione dello stile di Schiele, segnato simbolicamente dal passaggio della Cometa di Halley. In questo scenario prende forma un suggestivo dialogo ideale con Franz Kafka: sebbene non vi siano prove di un incontro reale, le loro opere si intrecciano in una comune visione inquieta e perturbante dell’esistenza.
È la Vienna di quegli anni – la stessa di Gustav Klimt e raccontata da Stefan Zweig – a ridefinire la percezione del tempo: non più lineare, ma emotivo, condensato, segnato da un senso diffuso di fine imminente. Il 1918, anno della morte di Schiele e del crollo dell’Impero austro-ungarico, chiude un’epoca e ne inaugura un’altra.
Tabù. Egon Schiele non è solo un viaggio nella vita di un artista, ma un’immersione nelle radici della nostra contemporaneità. L’eterno ritorno, l’ossessione per la morte, l’autoanalisi e il senso di estraneità rendono Schiele una figura ancora oggi disturbante e attuale.