Un ritorno a Cinemazero e un viaggio che, a trent’anni da Lamerica, riporta Gianni Amelio a interrogarsi sull’immigrazione, sull’accoglienza e sulla possibilità di riconoscersi ancora come esseri umani. Il regista sarà a Pordenone martedì 6 ottobre alle 21.00 per presentare al pubblico il suo ultimo film, Nessun dolore, un’opera che nasce da una domanda rimasta aperta nel tempo e che oggi torna a farsi ancora più urgente.
Al centro della storia c’è Davide, un trentenne romano che vende libri usati in una piazza della città. Non ne legge molti, ma conosce bene il loro valore e ha trovato nel commercio dei volumi una dimensione che gli appartiene. Accanto a lui c’è Elsa, cliente affezionata e complice, che gli procura i libri di seconda mano e gli offre quell’affetto discreto che sembra dare equilibrio alla sua vita.
Poi, improvvisamente, qualcosa si spezza. Un bambino proveniente dal Nordafrica viene “consegnato” a Davide per strada, come un pacco. Il piccolo non parla, non si separa da lui e lo segue silenziosamente, come un’ombra. Quando un incidente lo porta in ospedale, Davide si ritrova coinvolto in una vicenda più grande di lui, dentro un territorio fatto di paura, responsabilità e rimorsi.
È in quell’ospedale che incontra Aminah, un’adolescente appena arrivata dall’Algeria su un barcone. È fradicia di pioggia, spaventata e incinta. Davide decide di portarla a casa. Ma quella che sembra una scelta momentanea diventa presto qualcosa di irreversibile.
Ogni sera, tornando dal lavoro, Davide trova nel suo appartamento persone sempre nuove. Sono uomini e donne senza una casa, senza protezione, senza un luogo in cui fermarsi. Lui prova a ribellarsi, a difendere il proprio spazio, ma alla fine cede, per generosità o forse per debolezza. La sua casa finisce così per trasformarsi in un rifugio improvvisato per chi vive ai margini, mentre la denuncia dei condomini lo conduce in carcere con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Attraverso l’odissea personale di Davide, Amelio costruisce un racconto che diventa progressivamente collettivo e mette in discussione le nostre categorie più consolidate: chi è l’immigrato? Una persona da accogliere o da respingere? Un possibile amico o uno sconosciuto di cui avere paura?
Sono domande che accompagnano da sempre il cinema di Gianni Amelio e che in Nessun dolore assumono un significato particolare perché si riallacciano direttamente a Lamerica, il film che il regista realizzò trent’anni fa e che raccontava un altro esodo, con il suo finale sospeso su una nave nel cuore dell’Adriatico.
È lo stesso Amelio a spiegare l’origine del nuovo film: Nessun dolore nasce dal bisogno di tornare a quella storia e chiedersi che cosa sia cambiato da allora. Il nodo dell’immigrazione, osserva il regista, non si è sciolto nel corso dei decenni, ma si è fatto ancora più complesso, fino a rendere sempre più difficile immaginare una soluzione.
Forse, suggerisce Amelio, una soluzione collettiva non esiste. O forse non la si vuole davvero cercare. E allora la risposta può trovarsi nella ragione e nel cuore di ciascuno, nella capacità – difficile, rischiosa e tutt’altro che scontata – di riconoscersi ancora come esseri umani.